Barbari benefici o Apocalisse

di Alberto Natale

Cfr.



1 - APOCALISSE E CATASTROFE: L'ECLISSI DELLA PALINGENESI

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1.1 Una radiosa giornata di sole (23 maggio 1915)

1.2 Campi di battaglia e campi di patate

1.3 Menzogna

1.4 Malattia: La vita attuale è inquinata alle radici"

1.5 L’inferno sulla terra

1.6 Le «accelerazioni» della modernità

1.7 «Ciascuno pensò a sé»: la solitudine nella catastrofe

1.8 «Tu, solo tu»: anche la salvezza è individuale





1.1 Una radiosa giornata di sole (23 maggio 1915)

 

L’ultimo capitolo della Coscienza di Zeno di Italo Svevo (Psico-analisi) si dipana, assumendo un carattere diaristico ancora più marcato rispetto ai capitoli precedenti. Compaiono quattro date, nelle cui pagine il protagonista Zeno Cosini si sofferma a riflettere in maniera pressoché solitaria sui temi prediletti di salute e malattia, del tutto ignaro e spesso colpevolmente impreparato ad immaginare il fosco scenario bellico che si sta delineando. Le date registrate vanno dal 3 maggio 1915 al 24 marzo 1916. In particolare, le pagine datate 26 giugno 1915 registrano gli avvenimenti e il loro precipitare, il 23 maggio, in modo del tutto imprevisto per Zeno. Nel bel mezzo di una piacevole camminata dalla sua villa di campagna a Lucinico – fino a certi campi di là dell’Isonzo, dove il fattore suo conoscente era impegnato a rassodare i terreni seminati a patate – si ritrova a parlare di guerra e a tentare di esorcizzarla, avendo per la mente soltanto il problema di accordarsi con quell’uomo,  per poter cogliere un bel mazzo di rose fresche nel casale dell’agricoltore, vicino al paese.
Dopotutto,desiderava soltanto soddisfare gli amabili capricci della figlia giovinetta.

Mia figlia s’è fatta una bella fanciulla e somiglia ad Ada. Da un momento all’altro, con essa avevo dimenticato il fare dell’educatore burbero ed ero passato a quello del cavaliere che rispetta la femminilità nella propria figliuola. Subito essa s’accorse del suo potere e con grande divertimento mio e d’Augusta ne abusò. Voleva delle rose e bisognava procurargliene.

Il quadro idillico e campestre di una profumata giornata di maggio, in cui «faceva un bel sole», ci mostra uno Zeno Cosini del tutto svagato e propenso a godersi la vita: non solo è bendisposto all’idea di camminare per almeno un paio d’ore in completa libertà, senza giubba, cappello e portafoglio, ma è perfino piacevolmente colpito nello scoprire che, non avendo fatto nemmeno colazione, il proprio cuore – nonostante il «digiuno» – attenda «più attivamente ad altre riparazioni irraggiando su tutto l’organismo un grande benessere». Si sente «leggero» in maniche di camicia e senza il cappello d’ordinanza da buon borghese del suo tempo, addirittura «giocondo» nel respirare «quell’aria tanto pura» il cui apporto andava incrementando, durante la camminata, con «la ginnastica polmonare del Niemeyer» da poco insegnatagli da un amico tedesco, «una cosa utilissima, a chi fa una vita piuttosto sedentaria». Insomma: la continua e nevrotica oscillazione barometrica della sua «malattia» sembrava essersi assestata sul “bello stabile e senza vento”.

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1.2 Campi di battaglia e campi di patate

Il vento di guerra, scatenatosi in Europa l’anno precedente, sembrava a Zeno un accadimento remoto, quasi uno stucchevole remake di annosi conflitti a bassa intensità «di cui era divertente parlare» ma «sciocco preoccuparsi». Il contadino è di avviso ben diverso. In una felice immagine che lo rappresenta come il contraltare della dura realtà – rispetto alla svagatezza e alla leggerezza del borghese cittadino – lo si vede piegato dalla fatica dei campi, accaldato, con il sudore che gli cola dalla fronte, infastidito indubbiamente da quel sole così benefico per il villeggiante Zeno. Alla fatica si assomma l’ansia per le voci di guerra imminente, destinata a incendiare la frontiera italiana. Chiede, in ossequio alla superiore cultura e conoscenza dell’interlocutore, se questi «non ne sa nulla», se quelle patate «che promettono tanto bene» non siano destinate piuttosto a capitare in mano di qualcun altro.

Zeno, ostentando una ridicola sicurezza, non soltanto afferma di non aver ricevuto avviso di alcuna novità – visto che, venendo proprio da Trieste, sarebbe stata ben strana cosa non riceverne informazione – ma ritiene, anzi, che la guerra sia «proprio definitivamente scongiurata», poiché «a Roma hanno ribaltato il Ministero che voleva la guerra e ci hanno ora il Giolitti». Notando che il contadino sembra credere di buon grado alle sue rassicurazioni, si lascia andare perfino ad una stentorea e stravagante profezia.

Vedendolo tanto contento, tentai di renderlo più contento ancora. Amo tanto le persone felici, io. Perciò dissi delle cose che veramente non amo di rammentare. Asserii che se anche la guerra fosse scoppiata, non sarebbe stata combattuta colà. C’era prima di tutto il mare dove era ora che si battessero, eppoi oramai in Europa non mancavano dei campi di battaglia per chi ne voleva. C’erano le Fiandre e varii dipartimenti della Francia. Avevo poi sentito dire – non sapevo più da chi – che a questo mondo c’era oramai tale bisogno di patate che le raccoglievano accuratamente anche sui campi di battaglia.

L’autoironia postuma con cui Zeno trascrive il resoconto di quella giornata, destinata a concludersi con l’avverarsi dei più foschi presagi dell’umile contadino, pare voler sancire una prima e decisiva lezione sulla natura dell’apocalisse e sulla portata dei suoi immediati contraccolpi: la catastrofe, nel suo improvviso manifestarsi, è un evento destinato a far piazza pulita delle convinzioni di comodo dietro cui amano trincerarsi gli uomini ed è sempre in grado, soprattutto, di beffare i tanti presunti “opinionisti beninformati” che invano hanno tentato di vaticinarne le conseguenze. È proprio ciò che Zeno apprenderà di lì a poco, durante il vano tentativo di far ritorno a casa sua, culminante nel grottesco colloquio con un ostile ufficiale mamelucco in armi, per nulla disposto ad ascoltare le ragioni di chi agognava semplicemente raggiungere il proprio «caffelatte» da cui era « diviso soltanto dal suo plotone». Zeno potrà quindi annotare con indubbia onestà nel suo diario che il suo incontro con la guerra era stato sì violento, ma anche e soprattutto, «buffo» e sorprendente.

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1.3 Menzogna

Raggiunto dalla conflagrazione («la guerra mi prese, mi squassò come un cencio, mi privò in una sola volta di tutta la famiglia ed anche del mio amministratore») Zeno si ritrova nella condizione privilegiata di non dover partecipare agli eventi bellici in prima persona, ma di rimanere a sorvegliare l’azienda commerciale che aveva condiviso con il defunto cognato Guido, camminando per le vie della «misera» città senza avere nulla da fare, se non attendere la fine della guerra, nella convinzione che «il commercio risanerà» solo «quando ci sarà la pace» e «l’orrendo temporale» sarà terminato. E invece sarà proprio il commercio di guerra, per sua ammissione, a salvarlo: Zeno avrà l’intuizione giusta, quella di comprare, comprare qualunque cosa, speculando sulla congiuntura bellica e rivendendo con ampi margini di guadagno. Potrà permettersi perfino di riprendere in mano il diario destinato allo psicoanalista S. e sottolineare con scherno la quantità di menzogne da lui escogitate nel tempo per confermare in modo beffardo le diagnosi del medico, i sogni inventati, le ricostruzioni ad arte: gli si presenta l’occasione per dirgli, insomma, «il fatto suo».

Intanto egli crede di ricevere altre mie confessioni di malattia e debolezza e invece riceverà la descrizione di una salute solida, perfetta […] Io sono guarito! Non solo non voglio fare la psico-analisi, ma non ne ho neppure bisogno […] Ammetto che per avere la persuasione della salute il mio destino dovette mutare e scaldare il mio organismo col trionfo. Fu il mio commercio che mi guarì e voglio che il dottor S. lo sappia.

Zeno Cosini sostiene di aver recuperato la salute. Lungi dal trito e ricorrente stereotipo che ha sempre voluto interpretare il personaggio come il prototipo dell’inetto, egli si sente ormai forte («come tutte le persone forti, io ebbi nella mia testa una sola idea e di quella vissi e fu la mia fortuna») e la sua nuova identità ha potuto plasmarsi intorno al rovesciamento delle proprie presunte debolezze: la menzogna e la malattia. Mentendo, rivendica il ruolo identitario della lingua materna contrapposta alla «parola toscana» (la lingua triestina, certo, ma in senso lato l’idioletto personale incomunicabile all’esterno), poiché «si capisce come la nostra vita avrebbe tutt’altro aspetto se fosse detta nel nostro dialetto». La menzogna è la porta attraverso cui irrompe la libertà del linguaggio interiore, quello che permette, appunto, la coesione delle molteplici identità fluttuanti in cui si manifesta l’io narrato di Zeno e che dall’esterno appare inevitabilmente frantumato, poiché, «una confessione in iscritto è sempre menzognera».

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1.4 Malattia: «la vita attuale è inquinata alle radici»

Io amavo la mia malattia. Ricordai con simpatia il povero Copler che preferiva la malattia reale all’immaginaria. Ero oramai d’accordo con lui. La malattia reale era tanto semplice: bastava lasciarla fare.

Ecco quindi che anche la seconda debolezza si tramuta in forza: ma è una vittoria amara perché la vita somiglia alla malattia e «a differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale», «non sopporta cure». L’identificazione di patologia e salute introduce il finale della Coscienza di Zeno, quella «catastrofe inaudita » a cui l’umanità sembra inesorabilmente destinata e che non ha mai mancato di sorprendere i lettori di Svevo. «Un’esplosione enorme» provocata da un «uomo come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato» che piazzando un «ordigno» esplosivo al centro della terra la farà deflagrare, riportando il mondo allo stadio primordiale di «nebulosa» erratica, priva finalmente «di parassiti e di malattie». Sembra una profezia stupefacente di apocalisse atomica (la prima grande guerra è appena terminata) e invece, come ha osservato Mario Lavagetto è un topos. L’immagine del sinistro artificiere è ripresa dal personaggio di Zola, Lazare Chanteau di La joie de vivre, opera che Svevo aveva recensito molti anni prima, nel 1884 e che Freud raccomandava al paziente del celebre caso clinico dell’uomo dei topi. La figura e l’azione esplodente furono in seguito ricordate da France nel romanzo L’île des pingouins (1908) e poi da De Roberto nell’Imperio (pubblicato postumo nel 1929, ma iniziato nel 1909): la scienza era già da tempo nel mirino della letteratura.

Ciò nulla toglie alla genialità di Svevo e alla sua capacità di trasformare un luogo comune in un’ipotesi reale, spogliata da veli allegorici. «L’occhialuto uomo» fabbricante di ordigni «fuori del suo corpo», capace con essi di trasformare la propria debolezza in dominio della natura, l’astuto inventore di protesi che ha sovvertito le leggi evolutive (nella pagina di Svevo riecheggia un florilegio di letture disparate – soprattutto da Darwin e Schopenhauer, ma anche da Marx e Engels) sta in realtà fabbricando la propria rovina e i suoi stessi «ordigni» finiranno prima o poi per tradirlo, mettendo in luce tutta la sua debolezza, sconsideratamente costruita defraudando la natura. La malattia è ormai per sempre inscritta nell’orizzonte umano e «qualunque sforzo di darci la salute» risulterà vano.

Ma forse di tratta soltanto dell’ultima menzogna di Zeno, un abile espediente per licenziare il suo «libercolo», chiudere la bocca al suo analista ed evitare le domande del lettore sugli esiti futuri della sua trionfale guarigione.

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1.5 L’inferno sulla terra

Malattia e catastrofe, impossibilità di riconoscere se stessi e percezione del profondo disagio che si manifesta con il venir meno della fiducia nel comunicare con gli altri uomini, sono temi ricorrenti della letteratura del primo Novecento (insieme a Svevo basti ricordare Musil, Mann o Kafka). Un’indubbia influenza kafkiana è sicuramente presente nell’opera di Dino Buzzati, un’ingombrante presenza che accompagnò l’autore per tutta la sua vita, nonostante l’evidente fastidio da lui mostrato ogniqualvolta il nume persecutore gli veniva ricordato. Fastidio del resto ben comprensibile: se certe atmosfere che avvolgono la fortezza Bastiani e l’ambigua burocrazia militare del deserto dei Tartari ricordano da vicino i corridoi e le regole imperscrutabili del tribunale del Processo e se inoltre un racconto buzzatiano come I sette messaggeri discende direttamente dal Messaggio dell’imperatore, vi è nel linguaggio e nel trattamento della materia narrativa di Buzzati un’autonomia tanto genuina ed evidente da relegare la sua fonte tra le ispirazioni, per così dire, di consonanza con la realtà, ma non certo di rispecchiamento emotivo. Buzzati lesse Kafka, è noto, ma ebbe a dichiarare più volte che la lettura giungeva a infastidirlo. È difficile non credergli: la sua scrittura è ben lontana dalla rigorosa e oggettiva scrittura del boemo, le vicende che descrive, anche quando virano al terribile, non raggelano. Un velo di ironia si frappone nelle pene dei suoi personaggi e lo spazio in cui agiscono è fondamentalmente onirico, vago e soffuso. Avverte sempre la necessità di banalizzare le situazioni estreme delle esperienze narrate, a ricondurle entro un quadro straniante, a praticare un processo di riduzione del perturbante, di gulliverizzazione. In Viaggio agli inferni del secolo, l’inferno che si spalanca nel sottosuolo di Milano in occasione degli scavi della metropolitana è una mera rappresentazione quotidiana della città in cui il protagonista “Buzzati”, lavora, come nella realtà, in una redazione giornalistica. Vi si accede attraverso «una piccola porta», una «porticina», uno «sportello» attraverso cui occorre strisciare carponi, percorrendo un breve corridoio prima di poter risalire in superficie attraverso un angusta «scaletta» nella città che sembra quella di prima, ma che è proprio l’Inferno.

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1.6 Le «accelerazioni» della modernità

Anche per Buzzati la malattia si configura come un processo interiore, una condizione connaturata nella natura stessa degli uomini. Essa si fa beffe di tutti i tentavi di confinarla e ridurla. Nel racconto Sette piani (pubblicato già nel 1937 sul “Corriere della Sera”) il suo naturale aggravarsi pare avvenire attraverso inciampi di tipo burocratico e banali contrattempi – precipitando il protagonista Giuseppe Corte, piano dopo piano, e secondo lo schema “dall’alto al basso”, dal piano dei malati di «forme leggerissime» a quello di coloro «per cui era inutile sperare» – mentre nell’Uomo che volle guarire il recupero della salute, per il detenuto del lebbrosario, si rivela come una condanna all’infelicità, che lo priva in modo totale di ogni possibilità di provare piacere e desiderio per la vita, al punto di non poter far altro che tornare indietro («l’unica felicità che ti rimane è qui tra noi, lebbrosi»). Nel Viaggio agli inferni la condizione di malattia si identifica in quella di dannazione. Non c’è fuoco, non c’è zolfo, ma soltanto traffico caotico e smog, o meglio il fuoco si è trasferito «negli occhi di quegli sciagurati» incolonnati negli ingorghi. L’interiorizzazione dell’inferno (a ben pensarci: una nuova forma di apocalisse la cui invenzione dobbiamo proprio a Buzzati) è ciò che caratterizza le forme dei tormenti che vengono inflitti da «diavolesse» eleganti e ricche di sex appeal. Le pene consistono in micidiali «accelerazioni» delle normali giornate degli infernicoli, tempeste emotive in crescendo che scaturiscono pur sempre, tuttavia, dalle consuete preoccupazioni e dalle molestie quotidiane. Il protagonista Buzzati, insinuatosi all’Inferno con la palese speranza di realizzare un importante scoop giornalistico, finisce per ritrovarsi nel novero dei dannati, per scoprire anzi di essere già da tempo registrato all’anagrafe infernale. E naturalmente si rende conto che lo status di dannato è in realtà una condizione di natura, una sorta di prerequisito necessario per identificare l’uomo moderno, come gli spiega l’arcidiavolessa:

“Non sei mai stato in questa casa. Ma la città che vedi qui sotto la conosci molto bene.” Guardai. Non la riconoscevo. “Milano no?” disse. “E dove pensavi di essere?” “Questa, Milano?” “Certo, Milano. E anche Amburgo, e anche Londra, e anche Amsterdam, Chicago e Tokio nello stesso tempo. Mi meraviglio di te. Col mestiere che fai dovresti pur sapere che due mondi, tre mondi, dieci mondi possono… come dire?... possono coesistere nello stesso luogo, compenetrati uno nell’altro… Pensavo che tu la conoscessi questa storia”. “E io… Io dunque sarei dannato?” “Penso di sì.” “Che cosa ho fatto di male?” “Non lo so” disse. “Non ha importanza. Tu sei dannato perché sei fatto così. I tipi come te l’inferno se lo portano dentro fin da bambini…”

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 1.7 «Ciascuno pensò a sé»: la solitudine nella catastrofe

Nel parodiare la Commedia dantesca Buzzati si preoccupa tuttavia di precisare immediatamente la natura surreale del suo Viaggio agli inferni, stabilendo come inizio una data: il 37 aprile. In maniera del tutto analoga il “Buzzati”, sfortunato protagonista di All'idrogeno, viene svegliato nel cuore della notte da un ignoto amico che tenta di preavvertirlo di quanto sta per capitargli («“ma non potevi telefonarmi domani? Lo sai che ora è?” “Sono le 57 e un quarto” rispose»). Nel Viaggio agli inferni viene anche messo in chiaro, fin dal primo momento, che il protagonista dovrà affrontare l’esperienza in solitudine, non soltanto per ragioni di necessità, bensì anche a sottolineare il sostanziale disinteresse pubblico di quanto potrà capitargli in qualità di reporter degli inferi, sottolineato dal direttore del giornale in un classico “qui lo dico e qui lo nego”.

“E io dovrei?...” “Ripeto, una semplice proposta… In fine dei conti di queste faccende lei non è uno specialista?” “Da solo?” “Meglio. Da solo darà meno nell’occhio. Bisogna arrangiarsi. Lasciapassare non esiste. E il nostro giornale, di là, non ha nessuna conoscenza. Che noi si sappia, almeno.” “Niente Virgilio?” “No” “Ma quelli là come faranno a capire che io sono un semplice turista?” “Arrangiarsi.”

È un elemento ricorrente dell’intera materia narrativa di Buzzati: i turbamenti e le ansie del personaggio in crisi sono quasi sempre acuiti dall’indifferenza che gli altri manifestano nei suoi confronti, una noncuranza che scaturisce con gelida naturalezza da interessi personali meschini e abietti, da un “farsi i fatti propri” che sembra aver privato l’umanità di ogni scintilla di solidarietà, perfino nelle situazioni di sventura comune. Quando i coinquilini del disgraziato, a cui solo è riservato il sinistro ordigno di All’idrogeno, si rendono conto di essere scampati all’infausto recapito dell’ordigno si lasciano andare a manifestazioni di giubilo sguaiato e selvaggio:

È personale, capisci? Non è per tutta la casa, non è per tutta la casa, solo per uno… non è per tutta la casa!” Sembravano impazziti, ridevano, si abbracciavano e baciavano […] Ciascuno pensò a sé, dialoghi affannosi, le scale tutte un frenetico vocìo […]La gente mi fissava. Mai vidi volti umani stravolti da una felicità così selvaggia. Uno non seppe resistere e scoppiò in una risata che finì in una tosse cavernosa: era il vecchio Mercalli, quello dei tappeti all’asta. Capii. Il cassone con l’inferno dentro era per me, un esclusivo dono; per me solo. E gli altri erano salvi.

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1.8 «Tu, solo tu»: anche la salvezza è individuale

Il tradimento dei propri simili nella condizione di criticità vien ribadito in un’altra parodia, questa volta manzoniana (con tanto di monatti e lazzaretti), La peste motoria: Un morbo contagioso e micidiale svuota la città dalle automobili facendo rimpiangere l’abituale, caotica modernità («oh, festosi clacson, oh tonanti scappamenti dei bei giorni»). L’anonimo autista, che cerca di salvare la vecchia Rolls Royce dell’aristocratica padrona, viene attirato in trappola dall’amico meccanico e aggredito dai monatti che condurranno l’auto veterana al rogo purificatorio, abbandonandolo con sghignazzi di scherno dopo avergli lasciato in tasca, «suprema irrisione», la ricevuta regolamentare per il «ricovero conservativo».

Nel racconto La fine del mondo l’apocalisse si manifesta per tutti, annunciata da un pugno cinereo «immobile come un immenso baldacchino della malora» nel cielo della città, ma ciascuno tenta in maniera egoista di salvare la propria anima, accaparrandosi con ogni mezzo i pochi confessori che sembrano rimasti liberi. Tutti corrono di qua e di là non sapendo però «dove sbattere il capo».

Donne e anche omaccioni già tracotanti, tornavano intanto dalle chiese, imprecando, delusi e scoraggiati. I confessori più in gamba erano spariti – si riferiva – probabilmente accaparrati dalle maggiori autorità e dagli industriali potenti. Stranissimo, ma i quattrini conservavano meravigliosamente un certo loro prestigio benché si fosse alla fine del mondo.

File interminabili, calche spaventose, urla, imprecazioni: nulla sembra cambiare in realtà nei consueti rapporti con i compagni di sventura. È una corsa disperata al “si salvi chi può”. C’è chi si abbandona apertamente alla lascivia e chi, beninformato, intona un lugubre conto alla rovescia, preannunciando l’esatto istante della resa dei conti. Un sacerdote bloccato da una folla sterminata viene costretto a confessare i peccatori a grappoli. Intrappolato nella sua incomoda mansione anch’egli in realtà si preoccupa soprattutto per la propria sorte e non sa come sottrarsi all’incombenza per poter «provvedere a se stesso»: «“E io? E io?” chiedeva ai mille postulanti, voraci di Paradiso. Nessuno però gli badava».

L’impossibilità di condividere il destino, la comunità che si fa folla impazzita – capace di coalizzarsi soltanto per aggredire gli individui isolati che violano, inconsapevoli, qualche codice ipocritamente condiviso (si veda ad esempio il terribile racconto Non aspettavano altro) – sono elementi costanti nella prospettiva apocalittica di Buzzati. E se qualcuno dovrà dannarsi o salvarsi dovrà sempre farlo in solitudine, privo di qualsiasi conforto umano. Il diluvio universale inverte infatti la prospettiva in modo apparente, visto che sempre di un uomo solo si tratta, designato a salpare come Noè per condurre in salvo le specie animali dallo sterminio. «Tu solo tu» ripetono ossessivamente i messaggi divini. E il prescelto, l’insignificante impiegato Morra, non potrà far altro, fino all’ultimo, che respingere i postulanti che vorrebbero indurlo a fare eccezione per loro, lasciandoli al loro destino, maledicenti e furibondi, mentre l’acqua sale inesorabile, rovesciata sul mondo dalle cateratte del cielo.