Barbari benefici o Apocalisse

di Alberto Natale

Cfr.



3 - ATTENDERE I BARBARI

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3.1 Balbuzienti

3.2 «Il lato peggiore della cosa»

3.3 Essere abbastanza uomini «almeno quanto quelli sulla riva»

3.4 «Aspettando i barbari»

13.5 «Il dolore è verità; tutto il resto è soggetto al dubbio»

3.6 La fortezza Bastiani

3.7 Resta soltanto l’onore

3.8 Consultarsi con la solitudinee





3.1 Balbuzienti


Non parlano la nostra lingua e, quando sono proprio costretti a farlo, riescono a malapena a balbettare parole che soltanto la nostra buona volontà ci permette di capire. Dietro l’etimologia greca della parola “barbaro”, in quel balbettio che sembra alludere a una vaga e, al tempo stesso, multiforme disfunzione, si cela tutta l’ambiguità dell’incontro con l’alterità, l’aspra contesa delle definizioni di “civiltà” e “barbarie”.

Non parlano la nostra lingua: non partecipano cioè al nostro retaggio matrifocale, non sono imparentati con noi, risiedono nel mezzo di incerte contrade di cui abbiamo scarsa conoscenza (ammesso che abbiano stabile dimora e non scorrazzino selvaggiamente per le steppe come animali bradi), la loro stirpe non è degna di considerazione e hanno costumi e usanze che ci sembrano perlopiù altamente riprovevoli, quando non disgustosi o incomprensibili.

A volte vengono da lontano, altre sono più vicini di quanto si creda. Vorrebbero commerciare con noi perché invidiano la nostra agiatezza. Scrutano con concupiscenza i nostri confini, immaginando le grandi opportunità di saccheggio a porta di mano, se soltanto potessero penetrare come orde fameliche nei nostri territori per prendersi le nostre ricchezze, insieme alle nostre vite e alle nostre donne. Li temiamo e al tempo stesso li disprezziamo poiché sono rozzi e incivili.

Certo, sono temibili perché essendo più simili a fiere che a uomini, non conoscono morale e autentico senso religioso, persi come sono ad adorare unicamente certe loro divinità grottesche e sanguinarie. Ma sono anche ridicoli nel loro balbettare che ci ricorda i bambini ancora ignari della vastità del mondo e delle conquiste del sapere. È quasi eccessivo voler fare loro colpa della mancanza di educazione e di senso estetico: come potrebbero capire l’arte, le raffinate costruzioni simboliche del vivere sociale, i nostri orgogliosi monumenti, il senso del gusto coltivato con pazienza e competenza? Sono estranei a concetti come “progresso”, “modernità” e “cultura” Rappresentano l’antitesi della civiltà, della nostra civiltà. Non comprendono le raffinatezze che stimano come capricciosi trastulli e ci considerano imbelli, flaccidi ed effeminati. Insomma: inutili.

Preferiscono abitare all’aria aperta in ricoveri precari, non sanno cosa sia una casa ed è già tanto se riescono a costruire qualche misero villaggio dove vivono in ripugnante promiscuità. Si nutrono come bovi che empiono il ventre di biada o come bestie feroci che sbranano le prede fieramente. Mangiano cibi innominabili e spesso imputriditi, incapaci di conservarli e indolenti nell’insaporirli: i barbari non sanno che cos’è la buona cucina e il loro rapporto con la tavola è lo stesso che ha il maiale col trogolo. Dedicano però molto tempo alla guerra e sono maestri nel fabbricare spade, il cui ferro, si dice, siano soliti temprare col sangue.

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3.2 «Il lato peggiore della cosa»

La carta d’identità del barbaro ha il pregio di poter facilmente essere condivisa e scambiata in base al rispettivo punto di vista. Greci e Persiani, Cinesi e Giapponesi pensavano più o meno le stesse cose gli uni degli altri. Ancora oggi la tendenza rimane e spesso riemerge con forza nei momenti di crisi.

Ma c’è qualcosa di peggiore del reciproco avvalorarsi negativamente, e riguarda quella sensazione di profondo spiazzamento che ci pervade quando ci accorgiamo che i peggiori difetti attribuiti all’“altro” possono a volte essere riconosciuti con facilità anche dentro di noi.

Joseph Conrad in Cuore di tenebra (1899) coglie con lucida esattezza le implicazioni di tale sentimento: il protagonista Marlow, durante la navigazione sul fiume Congo scorge di tanto in tanto «fuggevoli visioni di muri di giunco, di tetti d’erba appuntiti», ode clamori improvvisi ed esplosioni di grida che lasciavano facilmente immaginare «un turbinio di arti neri, una massa di mani che battevano, di piedi che pestavano, di corpi che ondeggiavano, di occhi che roteavano, sotto l’opprimente e immobile fogliame». I bianchi sul battello non possono comprendere il significato di quelle manifestazioni («l’uomo preistorico ci malediceva, ci pregava, ci dava il benvenuto – come si faceva a saperlo?»), scivolando via lungo quelle sponde «come fantasmi, perplessi e segretamente spaventati, come un uomo sano di mente davanti a un’esplosione d’entusiasmo in un manicomio».

Non potevamo capire, perché eravamo troppo lontani e non ricordavamo più nulla, perché stavamo viaggiando nella notte dei primi tempi, di quei tempi che sono scomparsi, e hanno lasciato ben pochi segni – e nessun ricordo.

La terra qui sembrava ultraterrena. Noi siamo abituati a vedere la forma incatenata di un mostro sopraffatto, ma lì - lì potevi vedere qualcosa di mostruoso e di libero. Era terrificante e gli uomini erano... No, non erano inumani. Be’ voi sapete che è proprio questo il lato peggiore della cosa - il sospetto che non fossero inumani si affacciava a poco a poco. Quelli gridavano e saltavano e giravano su se stessi e facevano orribili smorfie; ma ciò che ti faceva rabbrividire era proprio il pensiero che appartenessero all’umanità - come voi - il pensiero di una tua remota parentela con questo frastuono selvaggio e appassionato.

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3.3 Essere abbastanza uomini «almeno quanto quelli sulla riva»

La sgradevole sensazione di Marlow, quel suo comprendere con spavento la comune essenza umana che lo legava a quei selvaggi che pestavano i piedi sulle rive dell’oscuro fiume, sembra tuttavia rappresentare l’unico spiraglio possibile attraverso cui, sia pure con riluttanza, l’orgoglio della civiltà, prendendo le distanze dai suoi «abiti eleganti», può compiere un passo avanti decisivo verso la «verità», nel riconoscimento del gioco di specchi che l’altro rappresenta per se stessi. Nel rendersi conto che tutti i princìpi, tutti quegli abiti sono soltanto «cenci che volerebbero via al primo scrollone», si manifesta già in potenza una più alta capacità di comprendere e non soltanto di sapere. In altre parole: soltanto attraverso un lucido atto di spoliazione delle proprie prerogative si può pervenire ad intuire un grado superiore di umanità.

Brutto. Sì, era parecchio brutto; ma, se eri abbastanza uomo, dovevi confessare a te stesso che la sincerità spaventosa di quel rumore procurava in te un seppur vaghissimo riscontro, un confuso sospetto che racchiudesse un significato che tu – così lontano dalla notte dei tempi – potevi comprendere. E perché no? La mente dell’uomo è capace di tutto – perché contiene tutto – il passato come il futuro. Cosa c’era lì in fin dei conti? Gioia, paura, dolore, devozione, valore, collera – chi può dirlo? – ma anche verità – verità spogliata del manto del tempo. Padronissimo lo sciocco di restare a bocca aperta e di rabbrividire – l’uomo sa, e può continuare a guardare senza battere ciglio. Bisogna però che sia uomo almeno quanto quelli sulla riva. Deve affrontare questa verità con la sua vera essenza – con la sua forza innata. I principi non servono. Le acquisizioni, i vestiti, gli abiti eleganti – sono tutti cenci che volerebbero via al primo scrollone. No: hai bisogno di una convinzione solida. C’è un richiamo in quel bailamme diabolico? Benissimo; lo sento; lo ammetto, ma ho anch’io una voce e, nel bene o nel male, mio è il discorso che nessuno può zittire.

Sebbene la complessa allegoria conradiana sembri puntare soprattutto ad una rivisitazione della relazione diacronica che l’uomo dovrebbe intrattenere con il suo passato – per giungere ad una rappresentazione attendibile del termine “umanità” – Cuore di tenebra si presta indubbiamente ad una lettura anticipatoria dei temi del Novecento, grazie alle sue potenti intuizioni di motivi che sarebbero poi state al centro della letteratura successiva, come le concezioni dell’io diviso, della voce narrante come monologo interiore e della relatività del giudizio morale. In tal senso un’interpretazione sincronica del concetto di alterità, non soltanto si pone come punto di partenza irrinunciabile per smascherare le tentazioni colonialistiche che ardono nel cuore della “volontà di potenza”, ma si rivela altresì particolarmente utile per analizzare il confronto moderno tra “civiltà” e “barbarie”.

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3.4 «Aspettando i barbari»

Nel romanzo di John Maxwell Coetzee, Waiting for the barbarians, il tema dominante è “l’indefinito”. Non sappiamo quale sia “l’Impero” nei territori del quale si svolgono le vicende: ne intravvediamo soltanto “la frontiera” dove una comunità di coloni finisce per trovarsi al centro di una campagna militare per soggiogare “i barbari” che vivono nelle terre desertiche del nord. Lo stesso tempo storico è assai vago, premoderno ma intuitivamente molto vicino a noi. Il protagonista principale non ha nome e lo conosciamo soltanto attraverso la sua funzione di “magistrato”. Mai si conosceranno le ragioni che inducono la «Terza Divisione» della guardia civile, comandata dal colonnello Joll, a militarizzare la frontiera – a parte una generica necessità di respingere un pericolo che, secondo le uniche fonti di contatto non militari coi barbari, appare in definitiva immaginario. Il Magistrato stesso non arriverà mai a comprenderne motivazione o necessità impellenti.

I barbari conducono una esistenza nomade in territori inesplorati, aspri e montagnosi, circondati da malsane paludi. Vivono di pastorizia e di pesca e di rado compaiono presso l’avamposto per qualche frugale commercio.

Ma già da qualche tempo «sono cominciate ad arrivare voci di tumulti tra i barbari. Viaggiatori attaccati e depredati su strade prima ritenute sicure. Razzie di bestiame sempre più numerose e audaci. Ufficiali di censimento scomparsi in fosse poco profonde». Sono soltanto parole, perché nessuno ha mai visto o saputo nulla in prima persona. Ma ciò basta perché l’impero si prepari alla guerra, giudicandola inevitabile.

Il magistrato confessa di non aver mai desiderato altro che «una vita tranquilla in tempi tranquilli», la cui principale occupazione, vista la scarsa quantità di lavoro che la sua funzione richiede, è quella di raccogliere e tentare di classificare certe tavolette di pioppo incise con caratteri sconosciuti, ritrovate tra i ruderi sepolti nei pressi della cittadella – sopravvivenza forse di una qualche cultura barbarica dei tempi andati. Ma la sua vita verrà travolta quando prenderà le difese di una ragazza barbara, fatta prigioniera dai soldati e torturata insieme ad altri prigionieri. Tenterà di farne la sua concubina, ma non riuscirà mai a comprenderla o a fare davvero qualcosa che gli permetta di entrare in una scambievole intimità con lei. La riaccompagnerà allora dalla sua gente, vagando per giorni e giorni nella speranza di incontrare gli elusivi vicini e quando vi riuscirà si porterà dietro soltanto il ricordo di un incontro fugace e sospettoso, avvenuto davanti alle minacciose bocche dei fucili di uno sparuto gruppo di cavalieri barbari («hanno la pelle scura, gli occhi obliqui; eccoli qui, sono loro, i barbari in carne e ossa, nel loro territorio. Sono abbastanza vicino a loro da sentirne l’odore: sudore di cavallo, fumo, pelli semiconciate») e una sconfortante sensazione di vuoto, «solo un gran vuoto, e la desolazione che debba esserci quel gran vuoto».

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3.5 «Il dolore è verità; tutto il resto è soggetto al dubbio»

Compromessa ormai la sua posizione agli occhi del colonnello Joll, al suo ritorno il Magistrato viene a sua volta imprigionato e poi torturato, trasformato in un relitto umano che ha perso ogni dignità e che ha definitivamente appreso a proprie spese come sia facile, attraverso il dolore inflitto, piegare ogni resistenza ed essere indotti ad abbandonare qualsiasi ideale di giustizia o di ragione Del resto il colonnello gli aveva illustrato in precedenza quali fossero i suoi metodi per raggiungere la «verità»:

mi riferisco a una situazione particolare. A una situazione in cui cerco la verità e in cui devo esercitare una certa pressione per scoprirla. In principio mi dicono solo bugie, capisce… succede sempre così: prima bugie, poi pressione, poi ancora bugie, ancora pressione, quindi il crollo, ancora pressione e alla fine la verità. È così che si arriva alla verità.

Il dolore è verità; tutto il resto è soggetto al dubbio. È questo che ricavo dalla mia conversazione col colonnello Joll.

Ridotto ormai a una larva del dignitoso e riflessivo uomo del passato, il Magistrato resta nella cittadella ormai abbandonata dall’esercito, dopo che la tracotante spedizione si è risolta in un disastroso fallimento, come viene ad apprendere da un soldato sopravvissuto.

Un momento. Com’è possibile che i barbari vi abbiano ridotti così?” “Siamo morti di freddo in montagna! Di fame nel deserto! Perché nessuno ci ha detto che sarebbe stato così? Non ci hanno sconfitti, ci hanno attirati nel deserto e poi sono scomparsi! “Chi vi ha attirati?” “Loro, i barbari! Ci attiravano sempre più in là, non riuscivamo mai a raggiungerli. Assalivano i dispersi, la notte mettevano in fuga i nostri cavalli, non ci affrontavano mai direttamente!”

La comunità residua attende pertanto l’imminente arrivo dei barbari nell’avamposto ormai privo di qualsiasi difesa: ma questi continueranno a non arrivare. Più cresce la paura dei pionieri dell’impero, più la temuta invasione diventa una minaccia fantasmatica, un’attesa macchiata «di colpa e stupore» per l’irruzione della storia nel tempo immobile dell’oasi» e snervata dall’oscura consapevolezza che «fino alla fine non avremo imparato niente». Al protagonista non resta che cercare di mettere per iscritto i suoi pensieri, nel tentativo di dare un senso a quell’attesa che è la più terribile delle sconfitte.

Penso: “Ho vissuto un anno pieno di eventi straordinari, eppure non ci ho capito niente, meno di un neonato […]” Penso: “Ma quando i barbari assaggeranno il nostro pane, il pane fresco con la marmellata di gelso o di ribes, saranno conquistati dal nostro modo di vita. Scopriranno che non è possibile vivere senza l’abilità di uomini che sanno coltivare il tenero grano, di donne che sanno come trattare la benefica frutta ”.

Può solo riflettere amaramente sul tempo perduto vanamente, per non essere stato capace di autentica onestà con la ragazza barbara, quando ne ha avuto l’occasione, per aver mostrato di se stesso soltanto l’altra faccia della violenza dell’Impero: il suo tedioso paternalismo.

Perché io non ero, come mi piaceva credere, l’opposto indulgente ed edonista del gelido, rude colonnello. Ero la menzogna che l’Impero si racconta quando le cose vanno bene, e lui la verità che l’Impero dice quando comincia a soffiare vento di tempesta. Due facce dell’Impero, ne più ne meno.

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3.6 La fortezza Bastiani

Non è necessario dimostrare che Coetzee conoscesse Il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, anche se la citazione del suo nome, nella recente riedizione britannica (Canongate, Edinburgh, 2007) del celebre romanzo italiano – che Coetzee, nella prima di copertina, definisce «a strange and haunting novel, an eccentric classic» – lasciano pochi dubbi in proposito.

Del resto una filiazione di Waiting for the Barbarians rispetto al romanzo di Buzzati è pressoché universalmente riconosciuta: identico lo scenario della “frontiera”, identica l’oscura incerta minaccia che incombe da nord, identico il punto di vista da un avamposto al confine con i territori nemici, ai bordi di un deserto, estremamente simili le atmosfere di attesa indeterminata che caratterizzano le due opere, moltissimi i paralleli fra azioni e personaggi che possono essere ricavati da una lettura incrociata.

Certo, le due storie hanno anche uno sviluppo diverso e differenti sono anche le loro conclusioni. Buzzati completò Il deserto dei Tartari nel 1939 e lo pubblicò nel 1940, all’alba dell’apocalisse bellica in cui il Fascismo avrebbe trascinato, di lì a poco, l’Italia. Coetzee pubblica il suo romanzo nel 1980, in pieno regime di apartheid, in concomitanza con la comparsa di una cospicua letteratura apocalittica in Sud Africa. Il fatto che le due opere si collochino cronologicamente in un preciso momento di crisi storica finisce per accentuarne ancor di più le già numerose somiglianze.

Entrambe le storie narrano l’inquietudine di una frontiera che si trova, per sua stessa definizione “di fronte” al nemico, sia esso il “barbaro” o l’“esercito del nord”. Lo stesso periodo storico in cui si dipana l’inutile attesa del tenente Drogo resta fortemente indeterminato e, come quello del Magistrato di Coetzee, appare, per così dire, retrodatato e pressoché spogliato dei connotati identificativi della modernità. Sembra quasi un modo di voler sottolineare che l’inquieta attesa del nemico avviene sempre nello stesso modo, in qualsiasi epoca ci si trovi, che l’incontro con l’alterità è sempre un incontro in cui non è possibile dispiegare appieno i propri attributi di status che caratterizzano la nostra civiltà. Noi e loro diveniamo stranamente simili: vestiamo abiti che sono funzionali soltanto per sopravvivere nei gelidi inverni della frontiera, abbiamo armi da fuoco approssimative che anche i barbari sembrano possedere in pari grado, non possiamo quindi ripararci dietro gli schermi delle nostre tecnologie, siamo pressoché nudi e soli al cospetto dell’incontro, trincerati dietro le nostre mura esterne e in compagnia soltanto degli animali che ci danno da vivere e che ci permettono di cavalcare: le stesse risorse che possiedono anche i barbari.

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3.7 Resta soltanto l’onore

In un’intervista rilasciata ad Alberto Sala e premessa all’edizione negli Oscar Mondadori del 1966, Buzzati dichiara apertamente quale fosse in realtà la condizione autobiografica che lo aveva portato a scrivere Il deserto dei Tartari:

Probabilmente tutto è nato nella redazione del “Corriere della Sera”. Dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro piuttosto pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età, altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fiume e mi domandavo se anch’io un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire. Chiaro che la stessa situazione si presenta in tutti i generi di lavoro, in tutte le carriere. Era insomma un tema abbastanza universale, una macchina nei cui ingranaggi ero preso io, ma che macinava anche la stragrande maggioranza dei miei simili.

Sogni e speranze che lentamente svaniscono nella Fortezza Bastiani, nell’inutile attesa di un riscatto che possa in qualche modo dare un senso alla pigra e tediosa vita che si consuma nel forte. Due soli guizzi si manifestano nella vicenda, due soli tentativi di riabilitazione ed entrambi si concludono con la morte. Il primo riguarda l’amico di Drogo, il fragile e aristocratico Angustina. Al termine di una marcia massacrante per precedere un piccolo distaccamento del «Regno del Nord» in un’operazione di marcatura dei confini e dopo essere stata preceduta beffardamente dai nemici, la pattuglia che comprende il tenente Angustina si accampa sotto la cima della loro sconfitta, anziché rientrare alla ridotta per evitare di dover passare una notte all’addiaccio, nella tormenta. L’istigazione a tale comportamento proviene proprio dal più debole del gruppo, lo stesso Angustina. Vorrebbe evitare di mostrare al nemico, che resta a spiarli sulla vetta, il disonore di una mesta ritirata. Il tenente, anzi, con eroico quanto folle orgoglio, resta ben in vista dei nemici, allo scoperto e senza proteggersi dal freddo pungente, inscenando una partita a carte con un compagno inesistente. Una prova di noncurante coraggio che ne causerà la morte, a causa del freddo e degli stenti nobilmente sopportati.

Il secondo riguarda lo stesso Drogo, alla chiusura del romanzo: beffato dalla malattia che lo porta ad essere allontanato dalla possibilità di gloria, una volta che il nemico è davvero arrivato, persa quindi l’ultima occasione di riscatto, si accinge a morire in solitudine «sul generico letto» di un’anonima locanda. Riuscirà a farlo, ripensando proprio ad Angustina, ricordandone il coraggio, la dignità e perfino l’«eleganza.

Facendosi forza […] raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.

La dignità di fronte alla sconfitta è un tema che a Buzzati stava molto a cuore, come ha avuto modo di ricordare in un libro-intervista in cui dichiara la sua ammirazione per chi, pur travolto dalla tragedia, continua a mantenere un onorevole senso di sé «e rimane collet monté», proprio come Drogo in punto di morte.

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3.8 Consultarsi con la solitudine

A guardia della quarta ridotta del forte, Drogo passa i giorni «a guardare verso nord, alla desolata pianura, priva di senso e misteriosa». Una notte, aggirandosi inquieto sugli spalti, crede di udire una «nenia» canticchiata da una sentinella: ma si tratta soltanto della voce di una cascata d’acqua che da qualche parte scroscia lungo le rocce delle montagne attorno. Il vento che ne faceva oscillare il getto, le pietre smosse e il rifrangersi dell’eco producevano quel suono che sembrava una voce umana che «parlava e parlava: parole della nostra vita, che si era sempre a un filo dal capire e invece mai».

Non era dunque il soldato che canterellava, non un uomo sensibile al freddo, alle punizioni e all’amore, ma la montagna ostile. Che triste sbaglio, pensò Drogo, forse tutto è così, crediamo che attorno ci siano creature simili a noi e invece non c’è che gelo, pietre che parlano una lingua straniera, stiamo per salutare l’amico ma il braccio ricade inerte, il sorriso si spegne, perché ci accorgiamo di essere completamente soli.

La voce della solitudine è al tempo stesso quella della natura «ostile». In fondo è quanto aveva scoperto Marlow in Cuore di tenebra. Pur tentando di motivare la superiorità del colonialismo rispetto alle guerre di conquista del passato («ciò che ci salva e l’efficienza – il culto dell’efficienza»), gli sovviene ripensare a quando gli stessi Romani avevano conosciuto «il fascino dell’orrore» in quello stesso territorio da cui oggi salpano trionfanti le navi dei barbari di un tempo («“E anche questo […] è stato uno dei luoghi più bui della terra”»). Il tono incerto e pensieroso di Marlow – nel suo racconto a bordo della Nellie, alla fonda nell’estuario del Tamigi e in attesa del riflusso di marea – mostra però quanto sia inutile tentare di aggrapparsi ad una virtù dal valore incerto, anche perché sa di aver conosciuto di persona l’altra faccia di quella presunta «efficienza», calandosi personalmente nel cuore di tenebra. In effetti ciò che il protagonista, sotto «il sole accecante» africano, potrà scorgere di quella presunta qualità, sarà soltanto il suo manifestarsi nelle forme del futile e dell’inutile, soggiogate dal «demone flaccido, pretenzioso e miope di una follia rapace e spietata». Quanto a Kurtz, – colui che con coerenza aveva fatto «anche l’ultimo passo […] oltre il limite», per penetrare davvero nel cuore di quella natura ostile e primordiale – la foresta aveva ben presto scoperto il vuoto nel «profondo» del suo cuore

e si era presa su di lui una terribile vendetta per la sua fantastica invasione. Credo che gli avesse sussurrato qualcosa di sé che lui ignorava, qualcosa di cui non aveva avuto idea finché non si era consultato con questa grande solitudine – e quel sussurro aveva esercitato un fascino irresistibile.

Una sensazione molto affine a quella che pervade il Magistrato di Waiting for the Barbarians che tenta di ritrovare una personale dignità perduta attraverso l’annotazione dei pensieri, nell’inutile ed estrema attesa. Pare anch’essa manifestarsi attraverso un’oscura voce di natura, come un monito solenne purtroppo non compreso: «penso: “Qualcosa mi ha guardato dritto in faccia e io ancora non la vedo”»

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